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L’importanza di riconoscere il valore causale o finalistico del perché
In alcuni corsi di crescita personale la parola perché è stata individuata come la causa di quasi tutti i mali che si possono vivere, ed è diventata una sorta di capro espiatorio. Effettivamente cadere nella trappola di chiedersi “perché” senza avere chiaro quali siano le sue implicazioni non aiuta a stare meglio, e così facendo si corre il rischio di cadere in un loop. Io credo che nulla vada eliminato di default, anzi penso che tutto debba essere osservato e integrato nella nostra persona, anche un consapevole uso del perché.
In questo articolo voglio fornire qualche indicazione proprio sulle svariate possibilità che offre questo vocabolo per poterci accorgere di come lo adoperiamo e – se siamo sufficientemente “svegli” – scegliere di usarlo consapevolmente.
Le molte e diverse potenzialità della parola perché
- avverbio
- in proposizioni interrogative laddove si richiede una risposta in relazione a causa o fine, ad esempio: “perché non rispondi?” Per => “a causa di un forte mal di gola;” “Perché lavori?” Per => “al fine mantenermi“.
- è’ ammesso anche il costrutto indiretto: “gli domandò perché avesse abbandonato il suo posto” Nella risposta sarà esplicito o un fine o una causa —> “Per il suono della sirena” => causa; “Per prendere il pullman” => fine
- congiunzione
- con valore causale: “Si addormenta perché si annoia” => a causa della noia
- con valore finale: “Lavora perché la sua famiglia possa godere di una maggiore agiatezza” => al fine di garantire maggior benessere economico
- sostantivo maschile
- sinonimo di causa, motivo, scopo, ad esempio: “Ti dirò poi il perché” => Ti dirò poi il motivo; oppure “Non si possono spiegare tutti i perché della vita” => tutti gli scopi
La parola perché introduce nel discorso due possibilità differenti identificate dall’analisi logica come complementi indiretti, ossia non legati al verbo ed introdotti da alcune preposizioni, più spesso per:
- complemento di fine indicante il fine, lo scopo, la meta verso cui è indirizzata un’azione, una condizione, una persona, una cosa. È introdotto dalla preposizione per o da locuzioni come a scopo di, al fine di… Risponde alla domanda: Per quale fine? A quale scopo? Esempio: “Lavoro per mantenermi”
- complemento di causa indicante il motivo per cui si compie o avviene un’azione o si crea una determinata situazione. È introdotto dalle preposizioni per, di, da, con, come, a causa di, per motivo di … Risponde alla domanda: Per quale motivo? A causa di chi o di che cosa? Esempio : “La partita è stata sospesa per pioggia”
Come uscire dalla confusione tra causa e fine
Finché si tratta di esempi generici la distinzione risulta evidente, ma a volte può accadere di fare confusione tra causa e fine. E ciò può portare quella stessa confusione dentro di noi. Ecco un esempio purtroppo comune a molti: “la fine di un amore”. Quell’esperienza è il classico esempio di quando potrebbe insinuarsi dentro di noi il vortice, il loop, del perché.
Generalmente sono perché dei quali non si cercano o non si ascoltano le risposte, perché magari la verità sarebbe scomoda e ci farebbe soffrire tanto quanto la fine dell’amore stesso. Il vortice del perché riesce soltanto a farci stagnare nel dolore, nella lamentela e nella disperazione. Questa modalità è tossica e per quanto possibile da evitare.
Come fare? Riconoscere le varie sfaccettature della parolina magica è un passo importante. La conoscenza infatti toglie il potere alla coazione a ripetere del loop del perché e lo restituisce a noi. Guardando dal punto di vista dell’osservatore esterno potremmo accorgerci che se ci stiamo chiedendo come in un loop “perché mi ha lasciato/a?” stiamo cercando un motivo, una causa.
Se ci fermiamo a riflettere e ci osserviamo possiamo vedere, sentire, percepire tutto il nostro dolore e accorgerci che ci sarà anche più di un motivo perché un amore finisca. E se la persona di fronte a noi esprime le sue motivazioni noi possiamo ascoltarle e accoglierle – per quanto doloroso sia – ma non negarle, e ciò per il fatto che sono sue. Accettarle è ancora un piano differente. Spesso per l’accettazione occorre un tempo più lungo in cui raccogliersi per poter integrare l’accaduto sui vari piani dell’esistenza: fisico, mentale, emotivo, spirituale, animico.
Potrebbe anche esserci un fine, e allora sarà importante distinguere la causa dal fine. Secondo il percepito del /della partner noi potremmo essere parte attiva della causa, ad esempio, a causa della nostra gelosia, o della nostra poca presenza, o della nostra ingerenza … Notate che sono tutti percepiti dell’altra persona, anche se ci riguardano: dipende da come l’altra persona percepisce il nostro modo di relazionarci con lei/lui, e proprio perché percepiti possono venir discussi, ma non invalidati.
Del fine invece non siamo parte attiva, ad esempio potrebbe venirci detto “ti lascio per allontanarmi da te”, “per tornare a sperimentare i miei spazi”, “per tornare a essere single” … Allora potremmo chiederci “che cos’é il fine”?
Il fine è l’obiettivo che anima ogni azione e di cui spesso siamo del tutto inconsapevoli. Invece è importante chiedersi con quale fine sto compiendo ciò che agisco. Equivale a domandarsi quale obiettivo voglio conseguire. Occorre restare neutri di fronte alla parola fine e non connotarla necessariamente con valore negativo. Nella nostra cultura, dopo Machiavelli, il fine viene interpretato come un inganno, invece un suo sinonimo è semplicemente termine, conclusione, ultimazione, epilogo. Ecco quanto è importante per il nostro benessere restituire il vero significato alle parole e riconoscere la differenza tra causa e fine.
Dalla conoscenza alla consapevolezza
Vi invito anche a osservare un altro aspetto che riguarda invece la conoscenza. La conoscenza fine a se stessa non ci aiuta, perché la conoscenza come sfoggio culturale serve a poco, spesso diventa un mero esercizio cognitivo e non apporta concretezza alla nostra vita.
Conoscere e mettere la conoscenza a nostro servizio apre alla possibilità che essa diventi un’alleata e ci permetta di esperire la vita anziché adeguarci al volere delle nostre griglie mentali. Ecco perché ogni volta che ci accorgiamo di essere caduti nel vortice del perché sarebbe un buon esercizio chiederci in che modo stiamo usando questa parola, quale emozione stiamo provando e quale personalità stiamo assecondando. Così metteremo in azione l’osservatore esterno che ci libera dall’addormentamento e dalle maschere della vita.
N.B. Le informazioni in questo articolo sono divulgative, vogliono offrire una possibilità di auto-osservazione e non intendono affatto sostituire il parere del medico come neppure invitare all’autodiagnosi.
